26 agosto 2006

L'8 di aprile del 2518 (1975)...

Chaloem Phra Kiet, Nan (Thailandia)

Nuvole cariche d’acqua arrivano minacciose da ovest. Chaloem Phra Kiet, distretto situato nella parte settentrionale della provincia di Nan, nel nord della Thailandia, è una cittadina quasi inesistente: un incrocio, qualche casa, la stazione di polizia, un ristorante, due negozi ed il Tempio; più grande il villaggio vicino, Ban Huay Khon, aggrappato alle montagne, dove a pochi chilometri c’è una frontiera con il Laos, aperta solo per i thailandesi ed i laotiani, con un grande mercato, aperto il sabato e la domenica.


Chiedo a dei soldati che stazionano all’incrocio se sanno indicarmi dove poter dormire e loro consigliano un posto lì vicino che appartiene all’esercito. Li seguo per una grossa strada sterrata ed arriviamo in cima ad una collina, dove si trova il sito dei militari, attivo sino alla metà degli anni ’70 ed adesso trasformato in un luogo “di memoria e di villeggiatura”.
Un giro a visitare il sito. Ci sono le trincee, rinnovate, un vecchio camion distrutto dai razzi, armi e munizioni varie. Un piccolo museo, con foto d’epoca e reperti militari.



La bella casa di legno dove sono sistemato ha un bellissimo terrazzo che dà sulla foresta.
Al tramonto l’uomo che mi ha accolto, Khun Nitod, un soldato, ma in abiti civili, viene ad accendere le luci, e comincia a raccontare…

Nel 2513 (1970), il governo Thailandese decise di costruire una strada, dal distretto di Thung Chiang verso nord, al confine con il Laos, per collegare il villaggio di Ban Huai Khon e Chaloem Phra Kiet con il resto della provincia. La strada doveva essere lunga 32 chilometri, ma arrivati al quindicesimo i comunisti nascosti nelle montagne cominciarono ad attaccarla, ostacolando i lavori.
L’esercito ci mise 5 anni per costruire questi 15 chilometri.
I soldati di stanza a Thung Chiang, essendo entrati in possesso, durante un rastrellamento contro le truppe comuniste, di piani per un attacco a questa postazione, in cui c’erano solamente 38 soldati semplici più un comandante, decisero di inviare qui altri 30 soldati ed un comandante, che a piedi, attraverso foreste e montagne, vennero ad aiutare quelli di questa base, in vista dell’attacco.



L’otto d’aprile del 2518 (1975), verso le ore 23.00 le truppe comuniste (circa 200 soldati) cominciarono ad avanzare dalle montagne circostanti dove vivevano, con il pieno appoggio della popolazione. Arrivarono verso le 4 del mattino. I militari capirono che l’attacco era imminente e dettero l’allarme. I rivoluzionari però, superiori di numero, erano oramai vicinissimi.
L’attacco cominciò. Tra i soldati governativi morirono i 2 comandanti (quello residente e quello arrivato dall’altra base) e 15 soldati semplici. I soldati chiesero allora alla base di Sopphun, situata poco più a sud, di bombardare con i razzi.
I militari erano ben protetti dalle trincee, dotate di tetti di legno e terra. I rivoluzionari, che li stavano accerchiano, bombardati dall’alto e senza protezione, dovettero arretrare; cinque di loro rimasero sul posto senza vita.
Tra i soldati locali ci furono una 20 di feriti. L’attacco terminò con una ritirata verso le 8 del mattino, quando arrivarono rinforzi con gli elicotteri dotati di mitragliatrici.
Il giorno successivo la postazione fu evacuata, ed i soldati si mossero verso Thung Chiang.
Vittoria? sconfitta? Il soldato non sa darsi una risposta…
“Loro erano thailandesi, noi anche… la loro ideologia interessante… noi avevamo l’ordine di sparare a loro e loro quello di sparare a noi; chi aveva torto e chi ragione?”
La postazione rimase abbandonata per 24 anni, fino al 2542 (1999), quando cominciò ad essere rimessa a posto e poi riaperta, trasformata in un museo della memoria.

Concerto del tramonto, offerto dai grilli della foresta. Suoni striduli…


Di notte fa fresco e sotto il piumone si dorme bene. Colazione, poi ancora un giro tra la storia della battaglia… come dice Khun Nitod, il soldato, questo è un posto pieno di spiriti che vagano…
Pranzo sulla strada principale, stesso ristorante di ieri, l’unico della zona… per il momento.
Dopo, temporale e pioggia. Ritorno alla mia casa di legno, con vista sull’acquazzone tropicale, che ha causato l’interruzione dei lavori di costruzione di un ristorante qui all’interno della postazione, voluto dal governo provinciale, dato il numero crescente di visitatori thailandesi al sito; principalmente studenti in gita durante i fine settimana di vacanza.
I lavoratori addetti alla costruzione sono tutte genti delle tribù delle colline, minoranze etniche che popolano questa zona, dove il ceppo thai è in minoranza. Musica in sottofondo, proveniente dagli altoparlanti dello stereo sempre in funzione.
Ieri sera il gecko che sta nel piccolo museo e le cui grida rimbombano nella notte, aveva previsto pioggia.

Oggi sopralluogo al Tempio della foresta “Wat Pha Chaloem Phra Kiet”. Domani comincia un lungo fine settimana per una festa buddista, con offerte di ceri ai templi. In moto verso il piccolo posto di frontiera; montagne e verde ovunque, poi a Ban Huay Khon, alla ricerca dell’ufficio postale per spedire dei libri e di un cero, da portare domani in offerta al Tempio. L’ufficio non c’è, il più vicino è a Thung Chang, 32 chilometri più a sud! E niente ceri…


Ovunque ci sono gruppi di persone sedute a bere. Il lungo fine settimana, qui è già cominciato… con un giorno d’anticipo. Già chiuse scuole ed uffici pubblici. Da domani niente alcolici per la festa buddista, quindi tutti si lasciano andare oggi…
Pranzo al solito ristorante. Oggi c’è anche il marito della signora. Sbronzo. Un gruppo d’amici seduti a bere con lui. Uno di loro, quando viene il momento di andare, inforca la sua moto, parte, sbanda e cade finendo sul prato. Risate…
Grazie ai proprietari del ristorante, riesco ad avere un cero da portare al tempio come offerta;
me lo porterà domattina presto un parente che arriva da Phua, una cittadina situata più a sud.
Per tornare alla mia casetta di legno, prendo un’altra strada, che passa vicino alla nuova scuola. Grande, parecchi gruppi di edifici e belle case per i professori. E’ una scuola voluta e finanziata da una delle figlie de Re. Aprirà tra poco, e ci verranno a studiare anche i laotiani.

Sveglia alle 6, la giornata si annuncia piovosa. Ricevo la visita di un nuovo soldato, venuto a sostituire Khun Nitod, rientrato in famiglia. Si danno il cambio 10 giorni ogni… qualche mese!
Verso il Tempio con il grande cero. Come già notato nella breve visita di ieri, strana atmosfera. Cartello con “vietato fumare, sporcare ed essere rumorosi”. Scopro presto il perché. Tempio della Foresta, dedicato alla meditazione, con tanto di grotta per ritiri spirituali, con possibilità di soggiornare. Aspetto che i monaci finiscano di mangiare, dalle 8, per circa mezz’ora. Dal villaggio, la visita del capo distretto con la famiglia, più 2 soldati. Tutto qui… pochissime persone. La gente qui è animista più che buddhista. Sono tribù delle colline (hill tribe). Finito di mangiare, i monaci se ne vanno e rimane solamente l’Achaan (“maestro” in thailandese, l’abate). Bellissima persona, circa la mia età, con uno sguardo sereno di chi ha raggiunto una grande tranquillità interiore. Parla di buddismo, Dhamma e meditazione. Sono un po’ impreparato al suo confronto… mi chiede della mia religione. Capisco le sue parole ma con fatica.
Questo è un posto in cui dovrò tornare…

Preparo la borsa, ritiro le mie cose, saluti di rito con i soldati, cordiali e piacevoli.
Un po’ di tristezza mi prende, come sempre quando devo lasciare un posto in cui sono stato bene… e mi rimetto in cammino…

21 agosto 2006

è cominciata la tua storia...


In cammino, è l’inizio del tuo viaggio, viaggio nel tuo tempo, è cominciata la tua storia…
Senti i passi dell'infanzia, l'amore dei tuoi cari, annusa i loro corpi, respira quest’aria che nutre le tue giovani speranze, percepisci i profumi della bambina che sei sino a riempirne i polmoni, ricevi ogni piccola emozione, ogni voglia, sazia la tua fame di vita.

20 agosto 2006

... e sulle spalle il blu del cielo

La strada iniziava in salita, come sempre…
La polvere, i sassi, la terra.
Campi coltivati, spazi verdi e sulle spalle il blu del cielo.
Palma da cocco, casa, tamarindo, un monaco, campo di riso, una pozza d’acqua, una casa, palo della luce, un campo di riso, un cocco, una capanna, tutto questo mondo in fila dietro al finestrino di un autobus.
E la gente. Persone indaffarate, oziose, accaldate, sdraiate, sedute, in movimento.
Ed il caldo. Lo si riconosce dalla bruma sul confine fra cielo e terra, dai colori dei campi, dalle facce della gente, dai volti lucidi e dagli sguardi appesantiti.



17 agosto 2006

Vientiane (Laos), dicembre 2003

Vientiane si sveglia lentamente…

Sento la mancanza della pioggia. Il cielo si rannuvola spesso, con grandi nubi nere, ma la pioggia non arriva. Siamo al tramonto. Nuvole, con uno squarcio a cerchio, da cui il sole illumina, trafiggendole, Sri Chiang Mai, sull’altra sponda, quella thailandese. Un fascio di luce lascia la parte della città verso il fiume in una penombra argentea. A sprazzi il sole tinge di giallo un’ansa del fiume. Dura poco. Le nuvole hanno la meglio. L’altra sponda e l’isola di sabbia, creata dalle basse acque in questa stagione secca, in mezzo al fiume Mekong, si tingono di un riflesso grigio.
Sottofondo di chitarra.


Due galletti si fronteggiano, becco a becco, momenti d’immobilità, si scrutano, si fissano nelle pupille immobili prima dello scatto, dell’assalto. Quello rosso, finge indifferenza, poi attacca. Quello nero è molto concentrato e subisce gli attacchi brevi, decisi. Si riprende, torna in posizione. Un gesto di un vecchio accovacciato lì vicino, il braccio che si alza impugnando un sasso immaginario e loro desistono dalle loro bellicose intenzioni riprendendo a becchettare senza più badare l’uno all’altro.
Compro un libro. Il proprietario della libreria sostiene che il governo vieta la vendita dei libri in thailandese, eccetto le riviste. Censura…
Una bambina, un’apparizione fugace dietro l’apertura scura di una finestra con persiane di legno, in una casa coloniale fatiscente. Il tetto oramai è di lamiera, ma le tracce del passato sono rimaste.
Per cena, una deliziosa baguette calda in una “paninoteca”... vietnamita!


Scendo per la colazione. Nella hall dell’albergo, dove c’è la televisione sempre attorniata da sguardi estasiati, c’è un farang (occidentale, straniero) che dorme della grossa su di una delle panche di legno.
Stamattina fa fresco. Vientiane si sveglia lentamente, pigra capitale di un paese con meno di sei milioni d’abitanti, uno degli ultimi paesi comunisti al mondo.
Camminare la mattina presto, alla ricerca del primo cafè-Lao della giornata, per vie ancora semi-deserte, con le abitudini del risveglio di un’umanità pronta a sbarcare il lunario per un altro giorno. Riprende a poco a poco l’attività dei commercianti, in maggioranza d’etnia cinese e vietnamita.
Al Talat Sao, fino ad alcuni anni fa gran mercato popolare, dov’era più facile comprare un chilo di marijuana che di normale tabacco, oggi trasformato in un piccolo department-store, centro commerciale, perdendo odori e sapori, tra bancarelle e merci d’ogni tipo, importate da Thailandia e Vietnam.
Quando il sole rioccupa il suo posto in alto nel cielo, il caldo ridiventa soffocante come qui spesso accade.
Ragazzini attraversano un’ansa del Mekong, a piedi ed in bicicletta, per arrivare all’isola di sabbia, meta dei loro giochi.
E’ domenica. Il parco sul lungo fiume è poco frequentato. Durante la settimana è invaso nel primo pomeriggio dagli studenti, in cerca di due chiacchiere e di un’improbabile fidanzatina.
Di là della strada, il palazzo presidenziale, divenuto oramai la foresteria del partito per ospitare le rappresentanze straniere, immerso nella luce del sole, appare vuoto e distante.
Due bambine sorridenti giocano e danno da mangiare a due cagnolini; la cagna osserva e segue ogni movimento. Di fronte al palazzo, altri cani litigano, per lo più per motivi di priorità nell’accoppiamento.


Un altro tramonto. Senza nuvole, come del resto tutta la giornata. Una leggera foschia sull’altra sponda dà all’ultima luce del sole un riflesso nebbioso, malinconico; la luce gialla si riflette timidamente sulle acque, in uno splendido luccichio. Una barca lunga e stretta si muove languidamente, sospinta dalla forza del palo che l’uomo, in piedi, configge nella profondità delle acque.
Adesso il sole, all’ultimo saluto, è una palla incandescente. Cena sul lungo fiume, poi una caraffa di birra alla spina ghiacciata.
Vientiane, con quest’aria di decadenza, vita ed allegria spente sul nascere, due concetti non liberi di esprimersi, sembra imprigionata dalla storia, stordita dai cambiamenti.